Ok ci siamo, è giusto chiudere questa esperienza con due righe. Non sono certo obbligatorie, forse addirittura in più, ma in qualche modo servono a me per mettere un punto e magari, chissà, a qualcuno di voi per trovare la voglia di mettersi in gioco, in viaggio.
 
Il viaggio, o come mi piace chiamarlo “mini esperimento sociale”, è partito in pieno inverno, quando decisi di iscrivermi alla TDW: Trans Dolomitics Way.
 
Una gara di ultracycling senza supporto di circa 1000 km per più di 20000 metri di dislivello,  con partenza e arrivo a Tesero in Val di Fiemme, organizzata da Dolomitics.
 
Mi imposi subito delle regole da rispettare per la validità dell’esperimento:
 
1) Non avrei dovuto spendere ulteriori soldi oltre a quelli dell’iscrizione;
2) Avrei dovuto cercare di sottrarre meno tempo possibile alla famiglia;
3) La parola RACE l’avrei lasciata ad altri.
La prima regola comportava che la TDW l’avrei preparata e corsa con il mezzo e gli accessori che già possedevo, quindi niente spese per i rulli per l’allenamento invernale, niente ruote performanti. Quello che avevo doveva bastarmi, punto e stop. 
 
La seconda è stata sinonimo di alzatacce, di bicicletta in tutti i ritagli di tempo possibile e di impegni ciclistici ufficiali ridotti nei weekend precedenti la TDW.
 
La terza, più che una regola, sarebbe stata una necessità.
 
Sicuramente l’iscrizione è stato un azzardo visto che la TDW alla sua prima edizione, proponeva un percorso estremo, che solo con una gran preparazione ed esperienza si sarebbe potuta portare a casa. Io alla prima condizione necessaria, la gran preparazione, ci sarei anche potuto arrivare, mentre per l’esperienza, mi sarei dovuto arrangiare con le randonnee chiuse l’anno precedente.
 
Non avendo a disposizione delle grandi finestre di tempo necessarie per fare i “lunghi”, ho puntato sulla quantità, cercando di inserire una pedalata, anche se solo di un’ora,  in tutti i tempi “liberi” che mi capitavano.
 
Non è andato tutto liscio, anzi. Mi sono ritrovato a ripartire per ben tre volte, con stop che sono arrivati ogni qual volta raggiungevo un discreto stato di forma. Oltre agli stop nella preparazione fisica, quello che forse ha influito di più, è stato il sopraggiungere di una stanchezza mentale dovuta ad una serie di circostanze lavorative. 
 
Arrivo a luglio con pochissime certezze. L’ultimo stop, un mese prima del via, mi ha decisamente debilitato e con lui se ne sono andate anche quelle piccole convinzioni che avevo costruito chilometro dopo chilometro. 
 
Ci siamo, Tesero, pronti, via!
 
Ore 2 del 5 luglio, qualche metro oltre l’abitato di Trafoi, lungo il passo dello Stelvio al chilometro 140, finisce la mia TDW.
 
Ho girato la bici e sono andato a prendere il primo treno utile per Monselice.
 
La mia testa non ne voleva sapere di accettare la fatica, le mie gambe si rifiutavano di sapere che eravamo solo all’8% di pendenza e che normalmente avrebbero spinto un 25, max 28; accettavano solo il sollievo del rapporto più agile del pacco pignoni posteriore, ma la mia velocità era penosa, difficilmente sopra i 6km all’ora.
 
A poco sono valsi gli incoraggiamenti del mi amico Zico. Ho frignato, singhiozzato al suo fianco. Una sola cosa volevo: mettere verso valle quella dannata bici. 
 
La mia speranza più grande era quella che una volta partiti, l’eccitazione e la felicità del pedare, mi avrebbero liberato la mente, facendomi entrare pian piano, in quel mood che solo i randagi conoscono. Me ne sono accorto subito che ciò non sarebbe successo, fin dalla lunga discesa che dall’altopiano della val di Fiemme, porta lungo le sponde dell’Adige. Non riuscivo a stare lì in quel preciso momento, la mia mente si perdeva tra le mille paure di non farcela e i casini lavorativi. Mano a mano che passavano i chilometri, il mio morale scendeva e sono bastate le prime rampe della salita al passo più alto d’Italia per mettere a nudo la mia fragilità.
 
Scendere, solo scendere! Non ne volevo sapere più nulla!
 
Le montagne, che normalmente portano serenità, erano diventate improvvisamente un panorama ostile. Basta, basta, mi stancava solo il pensiero di un passo alpino.
 
Una cosa si è cementata nella mia testa.
 
L’acqua, il suo frastuono. Si perché il percorso di quei primi 140km è completamente affiancato, prima dall’Adige e poi dal rio Solda, affluente del primo.
 
In quei giorni ci sono state copiose precipitazioni che hanno ingrossato i corsi d’acqua, aumentandone anche il livello sonoro che ho iniziato ad odiare. Non riuscivo più a stare a fianco a quei corsi d’acqua, quello sciabordio mi inquietava, tanto che al ritorno, optai per più di qualche chilometro lungo la statale, pur di starmene lontano dal quel maledetto rio Solda!
 
Alle 14 del 5 luglio ero già a casa, deluso, amareggiato, sconfitto.
 
So benissimo che c’è altro, che la bici non è la cosa fondamentale. Sono sempre stato attento a mettere nell’ordine giusto le “cose” della vita, ma non per questo si deve rinunciare ai sogni e al diritto di rimanere delusi se dopo tante fatiche, non si centra l’obiettivo.
 
Il giorno dopo sono risalito in sella per andare a salutare lungo la salita del passo Coe, gli amici della TDW, facendo pace con la salita e con la mia amata bici.
 
Ho imparato, e forse qualcuno penserà che non ci voleva tanto a capirlo, che per questo tipo di manifestazioni sportive, tutto deve essere al proprio posto: testa e gambe. E’ chiaro che 1000 chilometri sono difficili da preparare, ma il salto dai 600 ai 1000 è enormemente più grande di quello che c’è tra i 200 e 600 chilometri. Si entra in un’altra sfera, si cambia registro, si passa dalla parte dell’ “ultra” – dimensione che non si improvvisa.
 
Chiudo facendo i complimenti a tutti i miei compagni di viaggio, sia a quelli che l’hanno conclusa, sia a quelli che si sono arresi lungo la strada.
 
Alla prossima!