L’idea è partita appena confermarono Innsbruck come sede dei mondiali di ciclismo su strada 2018. Quello che non avevo ancora deciso era il modo con il quale avrei raggiunto la città tirolese.

Dopo la delusione alla Trans Dolomitics Way, spinto da un senso di rivincita nei miei confronti, decisi di proporre di andare a vedere i mondiali partendo da casa con la bicicletta. Solo 350 chilometri al circuito, una distanza già percorsa in giornata, con un tracciato che non prevede grosse difficoltà, sembra cosa del tutto fattibile. Lancio l’idea sui social e subito un folto gruppetto mi segue nell’iniziativa. Forse sarebbe meglio dire che mi illudo che mi seguano. Certo, certo, abbiamo mille impegni, mille cose da fare, italioti come siamo, facciamo sempre fatica ad appoggiare, sostenere le idee che nascono nelle menti altrui, ma presi dalla frenesia dell’esser presenti ovunque e dalla smania di utilizzare il dito opponibile, mettiamo like a tutto e di più.

Ecco fatto, mi ritrovo solo con la mia idea che non voglio tradire, voglio andarci a quei mondiali.

L’idea di essere solitari non mi spaventa affatto, anzi forse meglio, visto che io in fondo sono un orso, amo la solitudine, gli spazi deserti, il silenzio. Non ho mai amato la folla, evito con accuratezza tutte le sagre e feste paesane, non vado ad un concerto alla stadio da secoli, odio gli spazi chiusi e la mia mente deve sempre avere una via di fuga. Si lo so sono patologico, soffro per questo nella mia vita pendolare e più di qualche volta sono dovuto scendere per attacchi di panico dovuti all’affollamento.

Quale soluzione migliore di due giorni in bici in solitaria? Nessuna in apparenza.

Ho tremendamente sottovalutato il mutare delle dimensioni della mia sfera vitale, che da più della metà della mia vita condivido con Anna e che da qualche anno ospita le mie due donnine.

La sera prima della partenza, la grande mi abbraccia e sussurra che non vuole che io parta la mattina seguente. La nana sentendo, replica a sua volta con un perentorio: “achio papà no voglio tu via”.

Mi impegno per trovare le parole giuste per addolcire la pillola e per autoconvincermi che quello che ho deciso va fatto. Dico alle bimbe quanto mi piaccia pedalare, che per diventare un papà sempre più bravo, bisogna mettersi in gioco anche in questo ruolo, fare nuove esperienze, riscoprire l’avventura e inseguire sempre i propri sogni. Sanno benissimo quanto io sia malato di sport, di quanto mi piaccia il ciclismo e di quanto mi piaccia avere emozioni da raccontare. Sembrano capire, forse mi illudo che abbiano capito e strappo un : ”va bene papà vai…”

E allora vado!

Parto in treno direzione Legnago-Verona. Luoghi conosciuti da sempre, che non ho mai attraversato in treno, luoghi ripetuti a memoria nella cantilena delle fermate della vacca mora che arrivava a Este. Alle sette sono a Verona e già fatico per sbrogliare la traccia fino ad uscire dal centro cittadino e dirigermi verso il Garda da dove punterò verso nord lungo la valle dell’Adige.

La ciclabile la conosco, l’ho già fatta più di una volta ma sempre in senso contrario.

Vento Vento Vento.

Pedalo ma non gioisco.

Sono solo con la mia bici in una stupenda mattinata di fine settembre, ma non sorrido.

La nottata è stata dura, dormito pochissimo perché la nana si è svegliata 3 volte. Sembra che abbia un sensore che si attiva ogni qualvolta io devo svegliarmi presto per partire con la bici.

 

Non riconosco la mia bici, non la sento mia, è diversa, fatico a guidarla. E’ carica e si comporta diversamente. Non mi piace e fatico a prendere ritmo.

La gamba arranca, stantuffa, strappa, pedalo quadrato.

Sensazioni contrastanti.

Il nuovo assetto dovrebbe impormi un andare tranquillo, ma io in questo periodo, non sono in grado di avere la pazienza necessaria per imparare un altro andare. E’ inutile, non mi riconosco.

Per me bici è sport, prima di tutto sport. Esco in bici per superarmi, seppur di poco ma ci provo sempre. Questo non vuol dire essere invasati, seguire tabelle per prepararsi, fare una vita da professionista inseguendo false aspettative. Vuol dire avere cultura sportiva, o almeno provarci, avere spirito di sacrificio, impegnarsi per dei minimi risultati con la consapevolezza dei propri limiti, delle proprie possibilità nel rispetto delle persone che ci vogliono bene. Per questo vado alla santa messa dei mondiali, perché amando uno sport, non posso non amare la sofferenza di coloro che fanno dello sport che pratico la loro vita. I massimi esponenti del ciclismo mondiale si sfideranno su un circuito difficilissimo e io sarò li a vederli a cercare i loro occhi.

Pazienza, pazienza, mi impongo di pedalare tranquillo, ma la ciclabile verso Trento non mi aiuta.

Non ci riesco, mi infastidisco dell’andatura blanda, della borsa che ballonzola, dell’avantreno appesantito che non mi da fiducia, della posizione con le ginocchia aperte che devo tenere quando rilancio alzandomi sui pedali.

Eppure il poco tempo che ho a disposizione per la bici e i pochi chilometri che riesco ad accumulare annualmente, dovrebbero suggerirmi un approccio più rilassato. No! Lo avrò tra vent’anni l’approccio rilassato…

Val di Fleres, bella, sconosciuta tranne per il breve tratto iniziale dove la ciclabile che porta al Brennero si addentra per un paio di chilometri per poi ritornare in direzione nord-sud e salire al passo italo-austriaco.

8 chilometri all’albergo, 8 chilometri in falsopiano con una rampa micidiale che mi porta all’albergo. Salgo, lascio il documento, svuoto un po’ le borse, e riparto subito direzione Innsbruck per tentare di vedere il finale delle professioniste. Fatti i tornanti per salire un po’ di quota nella sinistra della val di Fleres, inizia il lunghissimo falsopiano che porta a scavallare.

Vento Vento Vento!

Ci metto più del previsto e arrivato al confine non mi resta altro che girarmi e tornare indietro verso Colle Isarco.

Val di Fleres, ancora 8 chilometri e ancora la micidiale rampetta.

Mi arrendo sul letto guardando la semifinale del mondiale di volley.

Mattinata fantastica con un cielo che sembra finto, mi copro bene e scendo nuovamente a Colle Isarco dove ho scoperto che tra poco passerà un treno che mi porterà direttamente in centro a Innsbruck. Scaccio via le velleità ultraciclistiche e abbraccio la moderna plurimodalità!

Giro per il centro e al parchetto dei tossici trovo l’altro Andrea, randagio che ieri è arrivato in bici da Vicenza. Sta riparando la ruota posteriore; due chiacchere e via per provare la rampa al 28% che i professionisti scaleranno alla fine del mondiale.

CLOSE! only by foot … fuck!

Scendiamo, rifacciamo gli ultimi chilometri del tracciato e puntiamo la salita di Igls dove abbiamo intenzione di appostarci.

CLOSE! only by foot … FUCK!

Devo assolutamente salire, perchè in serata ho un treno da prendere al Brennero per tornare a casa e non posso perdere l’appuntamento. Aggiungere 8 km di salita ai 30 che mi separano dal ritorno, senza sapere a che ora potrei muovermi con la bici, sarebbe un terno al lotto.

Saliamo lungo la discesa.

Eccolo lì il vero motivo per cui son venuto fin qua.

Il Bergisel, il trampolino di salto con gli sci più famoso al mondo. Un’opera architettonica superba, rinnovato grazie al disegno dall’architetta israeliana Hadid nel 2001. E’ uno dei quattro. Il Torneo dei 4 trampolini ogni anno si disputa a cavallo dell’ultimo dell’anno in due trampolini tedeschi e due austriaci.

Di norma il rituale prevede pranzo dalla mamma o dai suoceri, sapore di brodo di gallina, bucce di bagigi sulla tavola e il commentatore che: “superato il punto K…” Sono sempre stato affascinato dalla spregiudicatezza degli esili saltatori, dalla loro abilità nel volo e da quel telemark che devono piazzare dopo più di cento metri in aria.

Chissà cosa avrà pensato Primoz Roglic quando, dopo esser caduto e rientrato nel gruppo dei migliori, si è lanciato a tutta velocità nell’ultima discesa da Igls con il Bergisel che lo osservava dall’alto. Lui lo conosce bene, perché prima di mettersi a pedalare, si è lanciato dallo scalino del Bergisel per prendere il volo.

Saliamo e…

CLOSE, only by foot… FUCK!

Fortunatamente ci sono delle stradine secondarie che portano in cima alla salita, e allora senza esitazione con l’altro Andrea scaliamo e spuntiamo a circa 500 metri dallo scollinamento.

Gli ultimi metri in mezzo al bosco sono elettrizzanti, uno speaker ci faceva capire che eravamo giusti, stavamo arrivando in chiesa!

Attraversiamo la strada già piena di tifosi e un baracchino improvvisato ci accoglie con birra e panino “onto”. OTTIMO!

Non facciamo in tempo a dare il primo morso che inizia la carovana dei mezzi che annunciano l’arrivo del gruppo.

Cazzo, cazzo, cazzoooo eccoliii arrivanoooo!

Il frastuono aumenta, la strada si restringe sempre di più, sono lì a bordo strada pronto per catturare qualche sguardo, qualche particolare.

Arrrivanooooo

Allez allez!!!

De Marchi mi passa a qualche millimetro con una faccia sorpresa per il calore e il tifo che tutti noi stiamo regalando. L’andatura seppur tranquilla del gruppo è comunque impressionante. La facilità con la quale salgono è disarmante per un brocco come me.

Ci appostiamo poco più a monte in una bella postazione leggermente rialzata che offre una visuale più ampia restando comunque a due passi dal bordo strada.

Elettrizzato.

L’atmosfera è festante, non ci sono i vogliosi di mettersi in mostra tipo Alpe d’Huez, almeno non ne vedo qui intorno a me. Il tifo è gioioso e ad ogni passaggio è un aumentare di incitamenti.

Dopo le prime tornate, iniziano ad esserci i primi staccati ed è lì che il tifo diventa un osanna.

Faticano, non ne hanno più e forse in fondo si chiedono anche loro chi mai glielo fa fare, ma noi siamo lì per portarli in cima, applaudendoli, incitandoli, ritmando le loro pedalate!

Lo sanno, se ne accorgono, si lasciano andare in qualche sorriso e sono sicuro che non se lo scorderanno mai.

Ultimo passaggio, gli elicotteri si avvicinano.

Allez, allez!

Cazzo ma Nibali? Non l’ho visto, e tu? Manco io…

Arriva un gruppetto, caschetto dorato sul lato sinistro della strada, è lui.

Mi passa davanti, pedala sciolto ma ha la testa bassa. Guarda a terra è chiuso in se stesso, sembra estraniato dalla corsa, dal mondiale che sembrava disegnato per lui. Lui no, non lo sente il tifo, oggi no, adesso no.

Stacco la spina pure io, devo pensare al ritorno, ho un appuntamento con un treno che mi riporterà in pianura.

Passo la fan zone con una marea di gente appollaiata sotto il maxi schermo per seguire gli ultimi chilometri di gara e inizio pedalare in questo breve tratto di falsopiano con il telefono in mano per seguire il finale, ma ad un certo punto lo spengo. Pedalo in un’atmosfera surreale, silenzio assoluto. Ai lati della strada i tifosi si chiudono a riccio sul tablet, sullo smartphone, tutti in cerca di capire chi sarà il vincitore, ognuno estraniato nella sua connessione. Punto verso sud e grazie all’esultanza di un gruppetto spagnolo capisco della vittoria dell’embatido.

Pedalo il tratto di strada più bello di questa due giorni con la valle dell’Inn alle mie spalle baciata da un sole calante. Dal Brennero mi separano 400 metri di dislivello che man mano rosico in questi falsopiani ormai inghiottiti dall’ombra serale. Ci sono, appuntamento rispettato!

Verona

Padova

Cambio nuovamente le scarpe, accendo le luci e via per gli ultimi 30 chilometri da pedalare fino a casa. Serata stupenda, tiepida, rischiarata dalla luna in un tratto che so a memoria. Le gambe girano, spingono felici perchè mi stanno riportando a casa, perchè devo sbrigarmi a mettere i due piccoli peluche sul cuscino delle mie due donnine.

Arrivo in una Monselice deserta che è già lunedì.

Non sono un viaggiatore, forse imparerò ad esserlo, forse imparerò ad accettare ritmi diversi, forse mi allenerò ancor di più per spingere di più.

Non mi stancherò di viaggiare nella mia mente, di mettermi alla prova, di aprire la porta per uscire dalla comfort zone.

Viaggiare è imparare, sbagliare, capirsi e crescere.